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E ritorno a parlare…

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Una vera tempesta di emozioni non positive mi ha letteralmente “stesa”.

Come sapete la mia mamma è deceduta dopo un calvario lungo cinque mesi, non riesco ancora ad abituarmi all’idea: mi manca non riesco a piangerla come vorrei, non riesco a pensarla come vorrei…questo è quello che da stupida dicevo al telefono parlando con suo marito.

Lui difficilmente mi rispondeva che mancava anche a lui, ma non ci ho fatto molto caso. Ognuno di noi ha il suo modo di sentire, ci sono delle persone che sanno gestire il “dolore”.

Io ho dei tempi molto lunghi anche per soffrire.

Solo da poco ho scoperto che lui ha un’altra donna. Una donna conosciuta subito dopo il verdetto che mamma sarebbe morta. Il cancro al pancreas non perdona…e io non riesco a perdonare lui.

Ma non per la nuova compagna; non lo perdono per avere permesso a questa signora di frugare negli armadi di mia mamma.
Di aver prelevato tutti i gioielli, tutti i vestiti migliori, tutte le sue borsette (che come sapete lei cuciva e creava con le sue mani…).

Ha tradito la promessa fattami il giorno del suo funerale: nessuno avrebbe toccato le cose di mamma e noi (mia sorella ed io) in cambio avremmo fatto la rinuncia sulla eredità. Cosa che abbiamo fatto dopo solo quindici giorni, in modo che lui potesse avere l’appartamentino con mobili e suppellettili.

Mi sento una stupida, mi sento tradita e solo ora riesco a parlarne senza soffocare nelle mie stesse lacrime.

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Soma….rella

Somarello foto mossa fatta da me dic2009

Cocciuta come un somaro

Ecco cosa sono…

Una vita di insegnamenti e ancora non sono pronta…

No, non è vero sono nata pronta o tonta…

Ti amo troppo e non ho nessuna intenzione di “passare oltre”

Robusta come un somaro

Ecco cosa sono…

Puoi caricarmi fino a sfinirmi

E non sperare che mi fermi qui,li o la…

Solo una cosa ti chiedo, non portarmi in Veneto…

I somari li chiamano Mussi…se li mangiano e non di baci!

 

Sei andata via…

maggio 31-05-2009

Vorrei sapere scrivere davvero tutte le parole del mondo,vorrei ma non riesco…

Allora dirò solo che ti aspetterò nei sogni, se puoi ogni tanto vienimi a trovare con Milo.Fammi sapere se dopo tanto dolore hai trovato la pace ti prometto che mangerò, che non mi arrenderò ti voglio bene mamma, fai buon viaggio mi mancherai. 

Grazie Mario

uragano

Prefazione al volume di Monica Marghetti “Voglio urlare”

 

 

 

 

 

"La mia voglia di vivere è un daimon ardente

che talvolta mi rende maledettamente difficile

mantenere la coscienza di essere mortale".

 

Carl Gustav Jung

 

 

 

Il brano che introduce al testo di Monica Marghetti: “Se le mie parole riusciranno a liberare anche un solo grido addormentato da un solo cuore, sarò davvero felice” richiamando il noto passo di Emily Dickinson “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano.” annuncia il progetto dell’Autrice:  cercare di dare un senso alla propria angoscia, poterla raccontare, poterla  comunicare agli altri, riuscire a descriverla. Nell’“Urlo” scritto dalla Marghetti allo stesso modo che nel  “Grido” dipinto da Munch l’individuo ritratto  perde le fattezze umane fino ad identificarsi col terrore stesso, un terrore senza nome, irriconoscibile. L’intera scrittura del racconto assume l’aspetto di questo urlo: la forma grafica, i contenuti narrati, lo stesso genere letterario scelto,un moderno stile epistolare via e-mail, pone di fronte al lettore la tensione di una grande pentola a pressione di stati d’animo non espressi, emozioni non mentalizzate, esperienze non pensate che contraddistinguono la rappresentazione della vita della famiglia di Monica. Una vita descritta come caratterizzata da frequenti difficoltà economiche, instabilità, scarsità di modelli positivi, esperienze di rifiuto, frequenti cambiamenti di abitazione.

Ma soprattutto la narrazione di una vita familiare dove non c’è spazio per emozioni e sentimenti, repressi e coartati: i nessi significativi della storia sono ricostruiti risalendo di tre generazioni attraverso una attesa di eventi dolorosi, affiancati per giustapposizione, che si susseguono senza soluzione di continuità e fuoriescono senza controllo dalla pentola a pressione dei ricordi in un modo quasi compulsivo.

Ecco allora emergere il grande tema della nocività di relazioni familiari caratterizzate da analfabetismo affettivo, con un primato dell’agito sulla simbolizzazione. Colpisce la lettura di queste relazioni “di pietra” i cui ricordi feriscono come pietre. Colpisce la bellezza idealizzata che accompagna freddamente e compulsivamente la descrizione di Milo, innalzato su un piedistallo di purezza cristallina sia da vivo che da morto. Colpisce la disinvoltura  con cui sono descritte le frequenti percosse tra coniugi e tra genitori e figli come modalità naturale di relazione e di soluzione dei problemi, con esiti spesso drammatici. Colpiscono le relazioni che assumono non solo la forma dell’abuso, ma anche dell’uso dell’altro (coniuge, figlio genitore, fratello) come strumento per la realizzazione di propri bisogni e desideri.

E sullo sfondo, sempre presente  il  fantasma della etiopatogenesi della dipendenza patologica, nelle sue diverse forme: dipendenza da droghe, da alcool, dal gioco d’azzardo, da relazioni affettive dolorose, dipendenza nel disturbo dell’alimentazione.

Finché non si realizza il destino nefasto di Milo. Leggendo l’origine di questo nome, scelto dai genitori dopo aver visto il Milo del film “Incompreso”, si è subito portati nella dimensione della incomprensione e della incomunicabilità, che è la dimensione della ineffabilità e dell’isolamento della soggettività del tossicodipendente e della realtà per lui del suo interlocutore. Ma, considerando più attentamente, Milo nel film di Comencini non è l’Incompreso, ma suo fratello minore, un bambino di quattro anni di salute cagionevole, che contribuisce all’essere incompreso del fratello Andrea ed è per di più causa involontaria della sua morte. L’incompreso è il fratello di Milo che come Monica deve fare qualcosa di clamoroso, deve urlare con tutta la propria vita per essere riconosciuto.

Qui vengono in mente le parole di Kierkegaard:“Resta il tormento più grande quando un uomo non sa se la propria sofferenza sia una malattia o un peccato”. Monica è sicura nell’attribuire le responsabilità del tormento del fratello Milo: la sua sofferenza è una malattia per lui ed è un peccato di tutti gli altri. Alla luce di quanto narrato prima sembra una conseguenza chiara condannare genericamente famiglia, società e sistema e ridurre Milo a vittima incolpevole. L’impressione è che dietro l’assoluzione del comportamento di Milo, compreso i reati che lo portano in carcere, albeggi una forma di codipendenza, alimentata dallo stesso meccanismo di negazione condiviso dai due fratelli. L’assoluzione dell’altro porta inevitabilmente con sé il rischio di espropriarlo persino della più elementare dignità, che è quella di fare del male. Comunque, al di là delle rappresentazioni e delle interpretazioni che se danno, resta il fatto che la questione della tossicodipendenza è così grave e complicata da aver suscitato da sempre sentimenti di impotenza in chi se ne occupa attivamente in qualità di operatore, di medico, di psicologo, di legale, di politico, di tutore dell’ordine e di ricercatore e non può essere ulteriormente toccata adeguatamente in questa sede.

Piuttosto ci si può chiedere che cosa ha permesso alla protagonista Monica di sopravvivere fisicamente, mentalmente e spiritualmente alla propria storia. Non tanto la voglia di urlare, piuttosto  quella che genericamente, ma in modo efficace, può essere chiamata “voglia di vivere”. Una grande voglia di vita si manifesta nel desiderio di possedere fin da bambina una matrioska e di ricercare in questo insieme di bambole in cui la bambola più piccola è sempre contenuta da quella più grande una manifestazione pratica di quella possibilità di soddisfazione del  bisogno di contenimento che madre, famiglia scuola e società hanno sempre negato e lei ed ai suoi fratelli, una funzione che forse riesce a trovare proprio nella stesura di questo volume in cui i diversi frammenti di ricordi e di e-mail, nonché la pluralità di riferimenti diretti a se stessa  (Monica, Monichina, Monì, m.) si forgia dentro una pelle calda, elastica e contenitiva, che sostituisce il freddo e rigido metallo comprimente della pentola a pressione.

La voglia di vivere è la miglior risposta che si possa dare alla disperazione. La voglia di vivere, una testarda voglia di vivere, di crescere e di lottare incarnata nel concepimento, nella gravidanza e nella nascita della figlia Alessia, presentata subito al mondo come “La Lottatrice” per eccellenza. La “santa voglia di vivere” cantata da Francesco De Gregori in Rimmel, ma anche da Luca Carboni che augura al bambino “che la voglia di vivere /non ti possa mancare /la santa voglia di vivere /ti faccia sempre sognare /ti porti molto più in alto /più in alto del tuo aquilone /la santa voglia di vivere.”

 L’arma vincente per superare le difficoltà viene rinvenuta, come scrive Franco Nanetti nel noto volume “Assertività”, “in un agire per (e non contro) che in altre parole significa capacità di affermare se stessi per essere se stessi”.

I protagonisti del libro di Monica Marghetti rivendicando prepotentemente il diritto a vivere l’infanzia ci fanno riflettere, aiutandoci a riconoscere per tempo e a combattere tutti i ladri d’infanzia. A partire dal momento della nascita.

Nella nascita il primo urlo, quello del neonato che viene al mondo. Un urlo di dolore per il recente passato traumatico del parto, ma anche un urlo di vita, che innesca la possibilità di respirare e proietta per la prima volta un individuo verso il futuro. Così nasce con un urlo il libro di Monica Marghetti che ci accingiamo a leggere.

 

 

 

Bologna, 15 settembre 2006

 

Mario Rizzardi

Docente di Psicologia dello sviluppo e di Psicologia sociale

Università di Urbino

Andare per poi tornare

Monica a casa di Margherita  Venerdì 16 Gennaio 2009

È arrivato il momento del distacco, lunedì non avrò più l’ADSL e  mercoledì 21Gennaio (ho preso un giorno di ferie) farò il trasloco. Dovrò lasciare la mia casa. Credevo che non mi facesse più così male… invece ho il groppo in gola. Credo però che sia anche perché la mia mamma ha avuto il verdetto…Sto correndo al lavoro poi una prima sosta in ospedale e poi scatoloni ed eliminazione di cose che adesso non mi servono più: ma disfarmene mi pesa, devo però capire che sto girando pagina un’altra volta e ce la devo fare! La mia giornata tipo di questi ultimi 40 giorni è intensa ed ogni sera mi ritrovo infreddolita e stanca. Trattengo persino il respiro, sto cercando di fare tutto quello che devo e che posso pensando “alla felicità”,  pensando che la cioccolata calda, quando fa freddo dentro e fuori, è squisita…  penso alle persone che amo e vorrei che fossero fiere di me.
Questo post è un saluto a tutti voi, un lungo abbraccio di quelli belli che fanno commuovere, di quelli che non vorresti finissero mai, di quelli che se ti concentri riesci persino a sentirne il profumo … ecco, il mio abbraccio per voi che tanto tanto e ancora di più avete detto e fatto per me!
Nella casa nuova piccina picciò avrò il servizio internet ma ci vorrà un po’ di tempo; mi mancherete tantissimo e mi domando se e quando tornerò ci sarete ancora… ho perso per strada tanti affetti cari, se potete non andatevene:  e comunque  sappiate che io vi cercherò sempre!
Vi voglio tanto bene
monì