Archivio tag | non aver paura di me

Vorrei dipingere l’amore

Amo la pioggia, quando l’alba non è ancora riuscita a bucare il manto grigio e umido che scuote il nuovo giorno… amo la pioggia che batte incessante contro le grondaie, come un tamburo che scuote il vento e ne prende il posto… amo la pioggia dietro i vetri della macchina, quando il mondo si confonde dietro una patina indistinta e assume connotati di toni languidi di una pittura ad olio… amo la pioggia ed amo scrivere d’amore.

 

Forse per il mondo sei solo una persona,
ma per questa persona sei tutto il mondo.

Annunci

Grazie Mario

uragano

Prefazione al volume di Monica Marghetti “Voglio urlare”

 

 

 

 

 

"La mia voglia di vivere è un daimon ardente

che talvolta mi rende maledettamente difficile

mantenere la coscienza di essere mortale".

 

Carl Gustav Jung

 

 

 

Il brano che introduce al testo di Monica Marghetti: “Se le mie parole riusciranno a liberare anche un solo grido addormentato da un solo cuore, sarò davvero felice” richiamando il noto passo di Emily Dickinson “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano.” annuncia il progetto dell’Autrice:  cercare di dare un senso alla propria angoscia, poterla raccontare, poterla  comunicare agli altri, riuscire a descriverla. Nell’“Urlo” scritto dalla Marghetti allo stesso modo che nel  “Grido” dipinto da Munch l’individuo ritratto  perde le fattezze umane fino ad identificarsi col terrore stesso, un terrore senza nome, irriconoscibile. L’intera scrittura del racconto assume l’aspetto di questo urlo: la forma grafica, i contenuti narrati, lo stesso genere letterario scelto,un moderno stile epistolare via e-mail, pone di fronte al lettore la tensione di una grande pentola a pressione di stati d’animo non espressi, emozioni non mentalizzate, esperienze non pensate che contraddistinguono la rappresentazione della vita della famiglia di Monica. Una vita descritta come caratterizzata da frequenti difficoltà economiche, instabilità, scarsità di modelli positivi, esperienze di rifiuto, frequenti cambiamenti di abitazione.

Ma soprattutto la narrazione di una vita familiare dove non c’è spazio per emozioni e sentimenti, repressi e coartati: i nessi significativi della storia sono ricostruiti risalendo di tre generazioni attraverso una attesa di eventi dolorosi, affiancati per giustapposizione, che si susseguono senza soluzione di continuità e fuoriescono senza controllo dalla pentola a pressione dei ricordi in un modo quasi compulsivo.

Ecco allora emergere il grande tema della nocività di relazioni familiari caratterizzate da analfabetismo affettivo, con un primato dell’agito sulla simbolizzazione. Colpisce la lettura di queste relazioni “di pietra” i cui ricordi feriscono come pietre. Colpisce la bellezza idealizzata che accompagna freddamente e compulsivamente la descrizione di Milo, innalzato su un piedistallo di purezza cristallina sia da vivo che da morto. Colpisce la disinvoltura  con cui sono descritte le frequenti percosse tra coniugi e tra genitori e figli come modalità naturale di relazione e di soluzione dei problemi, con esiti spesso drammatici. Colpiscono le relazioni che assumono non solo la forma dell’abuso, ma anche dell’uso dell’altro (coniuge, figlio genitore, fratello) come strumento per la realizzazione di propri bisogni e desideri.

E sullo sfondo, sempre presente  il  fantasma della etiopatogenesi della dipendenza patologica, nelle sue diverse forme: dipendenza da droghe, da alcool, dal gioco d’azzardo, da relazioni affettive dolorose, dipendenza nel disturbo dell’alimentazione.

Finché non si realizza il destino nefasto di Milo. Leggendo l’origine di questo nome, scelto dai genitori dopo aver visto il Milo del film “Incompreso”, si è subito portati nella dimensione della incomprensione e della incomunicabilità, che è la dimensione della ineffabilità e dell’isolamento della soggettività del tossicodipendente e della realtà per lui del suo interlocutore. Ma, considerando più attentamente, Milo nel film di Comencini non è l’Incompreso, ma suo fratello minore, un bambino di quattro anni di salute cagionevole, che contribuisce all’essere incompreso del fratello Andrea ed è per di più causa involontaria della sua morte. L’incompreso è il fratello di Milo che come Monica deve fare qualcosa di clamoroso, deve urlare con tutta la propria vita per essere riconosciuto.

Qui vengono in mente le parole di Kierkegaard:“Resta il tormento più grande quando un uomo non sa se la propria sofferenza sia una malattia o un peccato”. Monica è sicura nell’attribuire le responsabilità del tormento del fratello Milo: la sua sofferenza è una malattia per lui ed è un peccato di tutti gli altri. Alla luce di quanto narrato prima sembra una conseguenza chiara condannare genericamente famiglia, società e sistema e ridurre Milo a vittima incolpevole. L’impressione è che dietro l’assoluzione del comportamento di Milo, compreso i reati che lo portano in carcere, albeggi una forma di codipendenza, alimentata dallo stesso meccanismo di negazione condiviso dai due fratelli. L’assoluzione dell’altro porta inevitabilmente con sé il rischio di espropriarlo persino della più elementare dignità, che è quella di fare del male. Comunque, al di là delle rappresentazioni e delle interpretazioni che se danno, resta il fatto che la questione della tossicodipendenza è così grave e complicata da aver suscitato da sempre sentimenti di impotenza in chi se ne occupa attivamente in qualità di operatore, di medico, di psicologo, di legale, di politico, di tutore dell’ordine e di ricercatore e non può essere ulteriormente toccata adeguatamente in questa sede.

Piuttosto ci si può chiedere che cosa ha permesso alla protagonista Monica di sopravvivere fisicamente, mentalmente e spiritualmente alla propria storia. Non tanto la voglia di urlare, piuttosto  quella che genericamente, ma in modo efficace, può essere chiamata “voglia di vivere”. Una grande voglia di vita si manifesta nel desiderio di possedere fin da bambina una matrioska e di ricercare in questo insieme di bambole in cui la bambola più piccola è sempre contenuta da quella più grande una manifestazione pratica di quella possibilità di soddisfazione del  bisogno di contenimento che madre, famiglia scuola e società hanno sempre negato e lei ed ai suoi fratelli, una funzione che forse riesce a trovare proprio nella stesura di questo volume in cui i diversi frammenti di ricordi e di e-mail, nonché la pluralità di riferimenti diretti a se stessa  (Monica, Monichina, Monì, m.) si forgia dentro una pelle calda, elastica e contenitiva, che sostituisce il freddo e rigido metallo comprimente della pentola a pressione.

La voglia di vivere è la miglior risposta che si possa dare alla disperazione. La voglia di vivere, una testarda voglia di vivere, di crescere e di lottare incarnata nel concepimento, nella gravidanza e nella nascita della figlia Alessia, presentata subito al mondo come “La Lottatrice” per eccellenza. La “santa voglia di vivere” cantata da Francesco De Gregori in Rimmel, ma anche da Luca Carboni che augura al bambino “che la voglia di vivere /non ti possa mancare /la santa voglia di vivere /ti faccia sempre sognare /ti porti molto più in alto /più in alto del tuo aquilone /la santa voglia di vivere.”

 L’arma vincente per superare le difficoltà viene rinvenuta, come scrive Franco Nanetti nel noto volume “Assertività”, “in un agire per (e non contro) che in altre parole significa capacità di affermare se stessi per essere se stessi”.

I protagonisti del libro di Monica Marghetti rivendicando prepotentemente il diritto a vivere l’infanzia ci fanno riflettere, aiutandoci a riconoscere per tempo e a combattere tutti i ladri d’infanzia. A partire dal momento della nascita.

Nella nascita il primo urlo, quello del neonato che viene al mondo. Un urlo di dolore per il recente passato traumatico del parto, ma anche un urlo di vita, che innesca la possibilità di respirare e proietta per la prima volta un individuo verso il futuro. Così nasce con un urlo il libro di Monica Marghetti che ci accingiamo a leggere.

 

 

 

Bologna, 15 settembre 2006

 

Mario Rizzardi

Docente di Psicologia dello sviluppo e di Psicologia sociale

Università di Urbino

Sei minuti due euro

100_0393

Come due anni fa non è cambiato nulla…

NO non è vero sono cambiata io ma cosa mi ha portato?

Non ti azzardare a lagnarti! Non ne hai diritto!

Perché non ne ho diritto? Allora fai prima a dirmi cosa posso e non posso fare…

Non posso dire neanche che sono stata truffata, derubata ,ingannata da un folle editore che si è rubato il mio libro si è speso i diritti che è sparito dove aver fatto a  pezzi più di una vita ?
Questo credo di poterlo dire è la verità!

 Non posso dire neanche che per salvare una persona a me vicino (ora a dire il vero non è più vicina anche se resta mio amico, non dimentico il bene che ha voluto  al mio Milo e non dimentico l’amore che ha per la mia Alessia)  ho perso la casa venduta all’asta!
La mia casa, con le  porte bianche, con il parquet montato a rovescio per poter sembrare una stuoia! Il 31 Agosto non sarà più mia  e come una idiota sentimentale,sto facendo innesti di alcune piante del mio giardino tanto per portare con me qualcosa in più che pochi stracci! Chissà se lasceranno il melograno li sotto ci ho seppellito il mio gatto Silvestro, ma per gli amici ribattezzato Silvio! Chissà se vorranno bene alle mie ortensie…

Non posso neanche dire che ho pianto quando l’ufficiale giudiziario ha portato via i miei mobili mi sono attaccata alla poltroncina della scrivania è da qui che vi scrivo e ho scritto i miei libri! E lui alla fine me l’ha lasciata… scriverò ancora su questa sedia ! Questo credo di poterlo dire è la verità!

Non posso neanche dire che ho paura?

NO non puoi! E anzi hai già detto troppo io con te HO CHIUSO!

Ok ho capito allora te ne andrai anche tu… era scritto,ma prima che tu vada…voglio dirti che il tumore è sotto controllo e che nonostante tutto non mi lascerò vincere!
Allora ciao…salutami almeno!

Sei minuti due euro…è quello che mi è costato saltellare facendo finta di essere felice!  

…Ino

cuori_riflessi

Ti  amo perché mi fai ridere

Ti amo perché invece di aiutarmi a crescere mi fai restare bambina

Ti amo perché respiri direttamente dalla mia bocca

Ti amo perché… non c’è un perché!

 

Venusta e l’ultimo ballo

pasiones

Il locale era sporco e demodé…
Odore acre di sigaretta, e una cameriera con la calza sfilata e una minigonna che offendeva la dignità di quella donna segnata dal tempo.
"Vorrei il tavolino più in ombra possibile" disse Venusta.
Le rispose una voce rauca e stanca, sgarbata più con se stessa che con lei: "senti bella, siediti dove vuoi… Come vedi il locale è vuoto. Ma cosa ci sei venuta a fare qui? Non è il tuo posto questo…" Venusta si sedette e appoggiò lo sguardo sul palco. Un vecchio signore seduto al piano suonava meravigliosamente, travolgendo per un attimo i pensieri di Venusta prima che una domanda li interrompesse: "Cosa ti porto da bere?". Chiese una bibita e tornò ad accomodarsi sulle note del pianista. Intanto i pensieri di Venusta si accalcavano nella sua mente e senza che lei li potesse fermare (o era lei a non volerlo?) lui vi fece la sua comparsa…Le ore passavano, la bibita intiepidiva nel bicchiere, e lei non smetteva di pensare a lui, come se soltanto lì fosse tollerabile il ricordo. Era tornata dopo tanto tempo in quel locale con la speranza di ritrovarlo. Ubbidiente a una lontana promessa: "… tieniti pronta, l’ultimo ballo sarà con te!". Venusta era venuta per quello …L’ultimo ballo, lui me lo deve da tempo, ora sono pronta, ma non c’è nessuno: non ci sono più le candele non ci sono più i buoni profumi, ma soprattutto…
D’un tratto incontrò la propria immagine in uno specchio sfocato. Era lei, vent’anni, le guance arrossate dalla timidezza, l’abitino appena scollato, lo sguardo di lui soltanto per lei… adesso era lei a non esserci più…

Come in trance Venusta con un unghia ferì la calza sottile …tirò fuori la trousse e accentuò il trucco sulle labbra, con la cipria appesantì le guance, una matita nera per fare male agli occhi non segnati dal tempo ma da una caparbia illusione… si diresse verso il pianista e domandò: "un tango per favore… un ultimo ballo!" Fu una richiesta sommessa, fiera e desolata insieme. Non alzò lo sguardo, sentiva scendere una lacrima mentre stupita si domandava com’è che ne avesse una ancora.
E in un attimo sentì esplodere dentro tutta la rabbia di donna ferita e umiliata da tempo, un tempo lungo tutta la sua anima. Si  sentì sporca sul viso, si sentì nuda ospite a disagio in quegli abiti non suoi…Il pianista smise di suonare e sollevò il viso di Venusta con la stessa delicatezza con cui fabbricava le note.Non era un uomo anziano. Al contrario era piuttosto giovane …Venusta indugiò su quel nuovo stupore.  Chissà perché da lontano lo aveva visto vecchio e curvo sul pianoforte.  Forse le luci sbiadite, forse la giacca di nero liso, i capelli brizzolati nel locale azzurrino di fumo… Fu una voce calda e intonata quella che rispose: "Volentieri, suonerò qualcosa per lei solo .Ma non certo le note di tango arrabbiato, quelle graffiano le anime nude, lo sapeva? Per lei una melodia dolce, priva di malinconia, semplice come un abitino appena scollato, tiepida come due giovani guance appena arrossate. Una melodia che possa in qualche modo accompagnare il ricordo di chi le ha fatto tanto male nello scomparto dei ricordi sereni!
Venusta lo guardò, guardò quell’uomo e scappò via, inseguita dal proprio dolore che lui aveva portato allo scoperto con l’abilità di un chirurgo…
Come aveva fatto il pianista a capire… E come si era permesso di arrivare così vicino alla sua verità… chi era?

Sogno, o Forse no

camino2

Nuda. E tu accanto.

Toccami! penso, ma taccio, e ancora non lo fai. Sapiente dolcissimo tormento. E così eccitante… Il tuo sguardo percorre così lento ogni più piccola parte di me. Impudica, e mai così nuda, adesso. E tu d’improvviso ti discosti, regalandomi una fitta di solitudine, ma passeggera. Ora, davanti al fuoco, di spalle son io che ti guardo e ti esploro. Ti muovi deciso, ravvivando le braci assopite. Una favilla guizza dalla fiamma e raggiunge la mia pelle  e mi strappa un gemito lieve che ti riporta da me. Toccami! dici e mi vuoi. Urgenti carezze, come bere finalmente acqua fresca d’un fiato, l’uno l’altra attizzando come fuoco accudito, e poi… Poi.

 

La fiamma, nel camino, danza al ritmo che impone il nostro fare l’amore…

 

Mau e Monì

monica030

La Monì che non può piangere non può urlare non deve arrabbiarsi,non ha diritto di pensare a se stessa.

 

Monì dimenticata .

E tutte le volte sono io a dover rinascere come un’araba fenice.

Da sola.

Tanto loro lo sanno che lo faccio sempre.

Monica invece è un  vero vulcano di passione di storia di vita.

Ma non lo vedono: vedono,perché è solo questo che vogliono vedere ,una donna forte che sa vivere.

E ci si aggrappano tutti.

E non so perché vogliono essere come me :una che si accontenta di nulla ,che si innamora di un tramonto,che sogna un ballo a piedi scalzi sulla sabbia ,che si commuove davanti alle lacrime di un uomo. Ma queste cose le devi avere dentro,io gli dico ,non le puoi comprare ne imparare:o le hai,o vivi come puoi. O meglio sopravvivi.

 

Quante volte, Amica mia ti ho domandato :”sei lì?”,”Mi hai capito?”

 

Hai fatto di più:mi hai ascoltato

Mi hai “sentita”:

Accolgo le tue parole. Piene di passione.

 

           SMETTILA

Di essere grata ,di adoperarti per farti voler bene,perché gli altri ti accettino,per raggranellare briciole di affetto:

              

              PIANTALA

              HAI CAPITO?

 

Accetta ama te stessa.

Parla alla bambina dura, fintamente dura, ma invece tenera e vulnerabile che hai dentro…..

Ecco cara Maura ….dedico a te questo pezzo di cuore….ma sono qui di nuovo e ti chiedo

DOVE SEI? Torna da me….torna per me!

Un bacio lieve

monica