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San Valentino e San Faustino

bellissima rosa

Ad un amore che ancora non c’è ma ci sarà voglio dire…

Grazie per essermi accanto sono qui a chiederti ancora una volta di stare con me non andare mai via dalla mia vita. Prometto di non essere troppo pesante, di non chiedere troppo e soprattutto l’impossibile…

Sappi che ti amo da sempre e per sempre

Tu sei il mio respiro

L’emozione più grande

Le mie lacrime

I miei sorrisi

Tu sei tutto quello che non avrei potuto sperare.

Sheth shen zhon…

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Emozione

Zanzibar mia foto

Oggi non mi aspettavo nulla di particolare, mi ero gia regalata il pane caldo e un bombolone alla crema. Mi aspettava solo una giornata di lavoro intensa…Sapete già, che nonostante scriva in leggerezza, dentro di me ho mille pensieri e parecchie mancanze.

In magazzino, con il mio collega Gino e la responsabile Floriana, eravamo intenti a preparare il furgone per il cantiere di oggi e stranamente ho ancora il cellulare acceso…suona, leggo:Vanda. Il mio cuore ha un sussulto e nonostante non sia il momento (ero in ritardo per iniziare il lavoro e il cliente era importante) rispondo e …Vanda mi riempie di parole semplici e meravigliose. Sapete, Vanda lavorava per me quando avevo la mia azienda, Vanda ha visto il mio declino, le mie lacrime, il mio fallimento. Ha subito il licenziamento, non speravo mai di sentirmi dire:” Mi manchi Monica, sono stufa di vederti e leggerti su internet. Non ti ho mai dimenticata, ti voglio bene e voglio rivederti …e poi ti voglio portare alle Maldive…”

Era commossa Vanda. Oggi io ero felice, ho avuto un regalo grandissimo e mi rivedrò con Vanda

dopo il due di Novembre. Sono una Monica diversa oggi, posso dire che è stata una giornata fantastica!

 

Vanda; visto che mi leggi, ti ringrazio di non avermi dimenticata, ti voglio tanto bene!

La foto che ho postato dovrebbe dirti tante cose…

Monica.

12 luglio un pò del mio cuore

sentimento foto dal web

Ecco l’acqua…non mi ricordo, o forse volevi un caffè…beh, semmai dopo.

Sì. Se solo avessi avuto il suo cuore…e il suo modo di non chiedere nulla. Per lui una camicia usata, un paio di scarpe anche non sue… che festa nei suoi occhi! Un bambino buono davvero, che ad ogni cosa dava un nome, a me ne ha dati tanti Pentolina,Monì,Dada,Musona e molti altri ancora… devi sapere che aveva tanto rispetto per gli altri e lo sai  che durante tutta la malattia, quando andavamo nei bar anche solo per un bicchier d’acqua, lui chiedeva quello di carta…..era sempre pulito  quelle persone che odorano di buono sempre! Mi ricordo che mia madre mi ha sempre detto che quando è tornata a casa dall’ospedale con Milo in braccio, la prima cosa che ho fatto è stata annusarlo, e che con il passare dei mesi gli hanno dovuto mettere una specie di cuffietta "mentolata" perchè io ci passavo ore ad annusarlo, a respirarlo  e senza volere, succhiavo il sangue perchè mentre ti respiro io ti inondo di micro bacetti… come per non dimenticare il sapore… il mio attaccamento a lui non si può spiegare e non voglio trovarci spiegazioni…piccolo, lui è rimasto piccolo nel mio cuore; sai, un signore importante un giorno mi ha detto "smetti di piangere, le tue lacrime non lo stanno facendo salire dal signore… imprimiti nella mente il suo ricordo più bello, lui ora non soffre più"

Il signore importante ha ragione, ma io vedo oggi come ieri  la sua faccia… un sorriso triste e mai un lamento. Sai, tutti dicono che i tossicodipendenti sono violenti e picchiano: non è vero, non è così, sono persone delicate, sole,  che hanno tentato di urlare ma nessuno li ha ascoltati!

 

12 luglio,il compleanno di Milo.

 

mille kilometri senza cappello

monica corsica giugno 2009

E lei si mise seduta davanti al mare

Il sole del mattino baciò i suoi capelli

Un cielo terso e velato di sottile filo azzurro carezzava dolcemente la cima dei monti.

“ Ecco è là…” sussurrava

“E’ là che ti voglio portare!Dove finisce il reale e dove comincia il sogno ” 

 

la mia panda a bonifacio giugno 2009

Però…ci andiamo con la mia little Panda!

Grazie Mario

uragano

Prefazione al volume di Monica Marghetti “Voglio urlare”

 

 

 

 

 

"La mia voglia di vivere è un daimon ardente

che talvolta mi rende maledettamente difficile

mantenere la coscienza di essere mortale".

 

Carl Gustav Jung

 

 

 

Il brano che introduce al testo di Monica Marghetti: “Se le mie parole riusciranno a liberare anche un solo grido addormentato da un solo cuore, sarò davvero felice” richiamando il noto passo di Emily Dickinson “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano.” annuncia il progetto dell’Autrice:  cercare di dare un senso alla propria angoscia, poterla raccontare, poterla  comunicare agli altri, riuscire a descriverla. Nell’“Urlo” scritto dalla Marghetti allo stesso modo che nel  “Grido” dipinto da Munch l’individuo ritratto  perde le fattezze umane fino ad identificarsi col terrore stesso, un terrore senza nome, irriconoscibile. L’intera scrittura del racconto assume l’aspetto di questo urlo: la forma grafica, i contenuti narrati, lo stesso genere letterario scelto,un moderno stile epistolare via e-mail, pone di fronte al lettore la tensione di una grande pentola a pressione di stati d’animo non espressi, emozioni non mentalizzate, esperienze non pensate che contraddistinguono la rappresentazione della vita della famiglia di Monica. Una vita descritta come caratterizzata da frequenti difficoltà economiche, instabilità, scarsità di modelli positivi, esperienze di rifiuto, frequenti cambiamenti di abitazione.

Ma soprattutto la narrazione di una vita familiare dove non c’è spazio per emozioni e sentimenti, repressi e coartati: i nessi significativi della storia sono ricostruiti risalendo di tre generazioni attraverso una attesa di eventi dolorosi, affiancati per giustapposizione, che si susseguono senza soluzione di continuità e fuoriescono senza controllo dalla pentola a pressione dei ricordi in un modo quasi compulsivo.

Ecco allora emergere il grande tema della nocività di relazioni familiari caratterizzate da analfabetismo affettivo, con un primato dell’agito sulla simbolizzazione. Colpisce la lettura di queste relazioni “di pietra” i cui ricordi feriscono come pietre. Colpisce la bellezza idealizzata che accompagna freddamente e compulsivamente la descrizione di Milo, innalzato su un piedistallo di purezza cristallina sia da vivo che da morto. Colpisce la disinvoltura  con cui sono descritte le frequenti percosse tra coniugi e tra genitori e figli come modalità naturale di relazione e di soluzione dei problemi, con esiti spesso drammatici. Colpiscono le relazioni che assumono non solo la forma dell’abuso, ma anche dell’uso dell’altro (coniuge, figlio genitore, fratello) come strumento per la realizzazione di propri bisogni e desideri.

E sullo sfondo, sempre presente  il  fantasma della etiopatogenesi della dipendenza patologica, nelle sue diverse forme: dipendenza da droghe, da alcool, dal gioco d’azzardo, da relazioni affettive dolorose, dipendenza nel disturbo dell’alimentazione.

Finché non si realizza il destino nefasto di Milo. Leggendo l’origine di questo nome, scelto dai genitori dopo aver visto il Milo del film “Incompreso”, si è subito portati nella dimensione della incomprensione e della incomunicabilità, che è la dimensione della ineffabilità e dell’isolamento della soggettività del tossicodipendente e della realtà per lui del suo interlocutore. Ma, considerando più attentamente, Milo nel film di Comencini non è l’Incompreso, ma suo fratello minore, un bambino di quattro anni di salute cagionevole, che contribuisce all’essere incompreso del fratello Andrea ed è per di più causa involontaria della sua morte. L’incompreso è il fratello di Milo che come Monica deve fare qualcosa di clamoroso, deve urlare con tutta la propria vita per essere riconosciuto.

Qui vengono in mente le parole di Kierkegaard:“Resta il tormento più grande quando un uomo non sa se la propria sofferenza sia una malattia o un peccato”. Monica è sicura nell’attribuire le responsabilità del tormento del fratello Milo: la sua sofferenza è una malattia per lui ed è un peccato di tutti gli altri. Alla luce di quanto narrato prima sembra una conseguenza chiara condannare genericamente famiglia, società e sistema e ridurre Milo a vittima incolpevole. L’impressione è che dietro l’assoluzione del comportamento di Milo, compreso i reati che lo portano in carcere, albeggi una forma di codipendenza, alimentata dallo stesso meccanismo di negazione condiviso dai due fratelli. L’assoluzione dell’altro porta inevitabilmente con sé il rischio di espropriarlo persino della più elementare dignità, che è quella di fare del male. Comunque, al di là delle rappresentazioni e delle interpretazioni che se danno, resta il fatto che la questione della tossicodipendenza è così grave e complicata da aver suscitato da sempre sentimenti di impotenza in chi se ne occupa attivamente in qualità di operatore, di medico, di psicologo, di legale, di politico, di tutore dell’ordine e di ricercatore e non può essere ulteriormente toccata adeguatamente in questa sede.

Piuttosto ci si può chiedere che cosa ha permesso alla protagonista Monica di sopravvivere fisicamente, mentalmente e spiritualmente alla propria storia. Non tanto la voglia di urlare, piuttosto  quella che genericamente, ma in modo efficace, può essere chiamata “voglia di vivere”. Una grande voglia di vita si manifesta nel desiderio di possedere fin da bambina una matrioska e di ricercare in questo insieme di bambole in cui la bambola più piccola è sempre contenuta da quella più grande una manifestazione pratica di quella possibilità di soddisfazione del  bisogno di contenimento che madre, famiglia scuola e società hanno sempre negato e lei ed ai suoi fratelli, una funzione che forse riesce a trovare proprio nella stesura di questo volume in cui i diversi frammenti di ricordi e di e-mail, nonché la pluralità di riferimenti diretti a se stessa  (Monica, Monichina, Monì, m.) si forgia dentro una pelle calda, elastica e contenitiva, che sostituisce il freddo e rigido metallo comprimente della pentola a pressione.

La voglia di vivere è la miglior risposta che si possa dare alla disperazione. La voglia di vivere, una testarda voglia di vivere, di crescere e di lottare incarnata nel concepimento, nella gravidanza e nella nascita della figlia Alessia, presentata subito al mondo come “La Lottatrice” per eccellenza. La “santa voglia di vivere” cantata da Francesco De Gregori in Rimmel, ma anche da Luca Carboni che augura al bambino “che la voglia di vivere /non ti possa mancare /la santa voglia di vivere /ti faccia sempre sognare /ti porti molto più in alto /più in alto del tuo aquilone /la santa voglia di vivere.”

 L’arma vincente per superare le difficoltà viene rinvenuta, come scrive Franco Nanetti nel noto volume “Assertività”, “in un agire per (e non contro) che in altre parole significa capacità di affermare se stessi per essere se stessi”.

I protagonisti del libro di Monica Marghetti rivendicando prepotentemente il diritto a vivere l’infanzia ci fanno riflettere, aiutandoci a riconoscere per tempo e a combattere tutti i ladri d’infanzia. A partire dal momento della nascita.

Nella nascita il primo urlo, quello del neonato che viene al mondo. Un urlo di dolore per il recente passato traumatico del parto, ma anche un urlo di vita, che innesca la possibilità di respirare e proietta per la prima volta un individuo verso il futuro. Così nasce con un urlo il libro di Monica Marghetti che ci accingiamo a leggere.

 

 

 

Bologna, 15 settembre 2006

 

Mario Rizzardi

Docente di Psicologia dello sviluppo e di Psicologia sociale

Università di Urbino

Polvere

come la vita

Una lunga passeggiata nel viale della vita e solo ora mi rendo conto 

di aver camminato tanto, troppo tempo da sola…Adesso che son pronta , mi scrollerò di dosso la polvere che ha spento i miei sogni!

Non è peccato desiderare un po’ di calore.

Sono pronta a donarti il mio cuore e tutte le mie parole una sola cosa ti chiedo…non fermarmi, non farlo mai.